sabato 25 luglio 2026

Budapest: la città del Re Santo Stefano

 



1. Te Deum laudamus, Te Dominum confitemur! Queste gioiose parole dell'inno Te Deum ben si addicono alla solenne celebrazione del primo Millennio dell'incoronazione di Santo Stefano. In quest'ora di grazia il pensiero va a quell'evento chiave che segna la nascita dello Stato ungherese. Con cuore riconoscente, desideriamo lodare Dio e ringraziarlo per le grazie ricevute dal popolo d'Ungheria in questi mille anni di storia.

E' una storia che inizia con un Re santo, anzi con una "famiglia santa": Stefano con la moglie, la Beata Gisella, ed il figlio Sant'Emerico costituiscono la prima famiglia santa ungherese. Sarà un seme che germoglierà e susciterà una schiera di nobili figure che illustreranno la Pannonia Sacra: basti pensare a San Ladislao, a Sant'Elisabetta ed a Santa Margherita!

Guardando poi al tormentato secolo ventesimo, come non ricordare le grandi figure del compianto Card. József Mindszenty, del Beato Vescovo martire Vilmos Apor e del Venerabile László Batthyány-Strattmann? E' una storia che si snoda nei secoli con una fecondità che a voi spetta di continuare ed arricchire con nuovi frutti nei vari campi dell'attività umana.


Nello scorrere del suo glorioso passato, l'Ungheria è stata anche baluardo di difesa della cristianità contro l'invasione dei tartari e dei turchi. Non mancarono certo, in così ampio arco di tempo, momenti oscuri; non mancò l'esperienza amara di arretramenti e sconfitte, su cui è doveroso ritornare con un esame critico che metta in luce le responsabilità e induca a ricorrere, in ultima analisi, alla misericordia di Dio, il quale sa trarre il bene anche dal male. Nel suo insieme, tuttavia, la storia della vostra Patria è ricca di splendide luci sia nell'ambito religioso che in quello civile, così da suscitare l'ammirazione di quanti ne intraprendono lo studio.


2. Agli albori del Millennio si staglia la figura del Santo Re Stefano. Egli volle fondare lo Stato sulla pietra salda dei valori cristiani, e per questo desiderò ricevere la corona regale dalle mani del Papa, il mio Predecessore Silvestro II. In tal modo, la Nazione ungherese si costituiva in profonda unità con la Cattedra di Pietro e si legava con stretti vincoli agli altri Paesi europei, che condividevano la medesima cultura cristiana. Proprio questa cultura fu la linfa vitale che, permeando le fibre della pianta in formazione, ne assicurò lo sviluppo ed il consolidamento, preparandone la futura, straordinaria fioritura.


Nel cristianesimo il vero, il giusto, il buono, il bello si ricompongono in mirabile armonia sotto l'azione della grazia, che tutto trasforma ed eleva. Il mondo del lavoro, dello studio e della ricerca, la realtà del diritto, il volto dell'arte nelle sue molteplici espressioni, il senso dei valori, la sete - spesso inconscia - di cose grandi ed eterne, con il bisogno di assoluto che è presente nell'uomo, trovano il loro estuario in Gesù Cristo, che è la Via, la Verità, la Vita. E' quanto rilevava Agostino, quanto affermava che l'uomo è fatto per Dio, e per questo il suo cuore è irrequieto finché non riposa in Lui (cfr Confess. I, 1).


In questa inquietudine creativa pulsa tutto ciò che esiste di più profondamente umano: il senso di appartenenza a Dio, la ricerca della verità, l'insaziabile bisogno del bene, la sete ardente d'amore, la fame di libertà, la nostalgia del bello, lo stupore del nuovo, la voce sommessa ma imperativa della coscienza. Proprio questa inquietudine rivela pertanto la vera dignità dell'uomo, il quale nel più profondo del suo essere avverte come il proprio destino sia indissolubilmente legato a quello eterno di Dio. Ogni tentativo di elidere o di ignorare questo insopprimibile bisogno di Dio riduce ed immiserisce il dato originale dell'uomo: il credente, che di ciò è consapevole, deve farsene testimone nella società, per servire anche in questo modo l'autentica causa dell'uomo.


3. E' a tutti noto che la vostra nobilissima Nazione si è formata sulle ginocchia materne della Santa Chiesa. Purtroppo nelle due ultime generazioni, non tutti hanno avuto la possibilità di conoscere Gesù Cristo, nostro Salvatore. Tale periodo della storia è stato segnato da tribolazioni e sofferenze. Ora spetta a voi, cristiani ungheresi, il compito di portare il nome di Cristo e di annunciare la sua Buona Novella a tutti i vostri cari concittadini, facendo loro conoscere il volto del nostro Salvatore.



Quando Santo Stefano scrisse i suoi Ammonimenti al figlio Emerico, è a lui soltanto che egli si rivolgeva? E' questa la domanda che vi ponevo, nel corso del mio primo viaggio pastorale in Ungheria, durante l'indimenticabile celebrazione avvenuta nella Piazza degli Eroi, il 20 agosto del 1991. Osservavo allora: "Non ha forse il Santo Re scritto i suoi Ammonimenti per tutte le future generazioni degli Ungheresi, per tutti gli eredi della sua corona? Il Re che voi venerate, cari figli e figlie della Nazione ungherese, vi ha lasciato come eredità non soltanto la sacra corona, ricevuta dal Papa Silvestro II, ma vi ha lasciato anche un testamento spirituale, un'eredità di valori fondamentali e indistruttibili: la vera casa costruita sulla roccia".


Resta, inoltre, sempre attuale quanto il Santo Re, in quel testo venerando, ricordava al figlio: "Un paese che ha una sola lingua e un solo costume è debole e cadente. Per questo ti raccomando di accogliere benevolmente i forestieri e di tenerli in onore, così che preferiscano stare piuttosto da te che non altrove" (Ammonimenti, VI). Come non ammirare la lungimiranza di un simile monito? Vi è delineata la concezione di uno Stato moderno, aperto verso le necessità di tutti, alla luce del Vangelo di Cristo.




4. La fedeltà al messaggio cristiano porti oggi anche voi, carissimi Fratelli e Sorelle ungheresi, a coltivare i valori del rispetto reciproco e della solidarietà, che hanno nella dignità della persona umana il loro indistruttibile fondamento. Sappiate accogliere con animo riconoscente verso Dio il dono della vita e difendetene con intrepido coraggio il valore sacro a partire dal concepimento fino al suo termine naturale. Siate consapevoli della centralità della famiglia per una società ordinata e florida. Promuovete, pertanto, sapienti iniziative per proteggerne la saldezza e l'integrità. Solo una Nazione che possa contare su famiglie sane e solide è capace di sopravvivere e di scrivere una grande storia, come è stato nel vostro passato.

Non manchi poi tra i cattolici d'Ungheria la volontà di coltivare con gli aderenti alle altre confessioni cristiane rapporti di sincero ecumenismo, per essere autentici testimoni del Vangelo. Mille anni fa, la Cristianità non era ancora divisa. Oggi si sente con forza sempre maggiore la necessità di ricomporre la piena unità ecclesiale fra tutti i credenti in Cristo. Le divisioni degli ultimi secoli devono essere superate, nella verità e nell'amore, con impegno appassionato ed insonne.
Favorite ed appoggiate, inoltre, ogni iniziativa volta a promuovere la concordia e la collaborazione all'interno della Nazione e con le Nazioni vicine. Avete sofferto insieme durante i lunghi periodi di prova che si sono abbattuti su voi e sugli altri popoli; perché non dovreste poter vivere insieme anche nel futuro? La pace e la concordia saranno per voi fonte di ogni bene. Studiate il vostro passato e cercate di trarre dalla conoscenza delle vicende dei secoli trascorsi l'insegnamento di cui è ricca la storia, magistra vitae anche per il vostro futuro.

5. Salvum fac populum tuum, Domine, et benedic hereditati tuae! Con questa invocazione, che ancora il Te Deum pone sulle nostre labbra, ci rivolgiamo al Signore per implorarne l'aiuto sul nuovo Millennio che si apre. Lo chiediamo per l'intercessione della Vergine Maria, la Magna Domina Hungarorum, la cui venerazione ha tanta parte nella preziosa eredità del Re Santo Stefano. A Lei egli aveva offerto la sua corona, quale segno di affidamento del popolo ungherese alla sua celeste protezione. Quante immagini che rievocano questo gesto si trovano nelle vostre chiese! Seguendo l'esempio del Santo Re, sappiate anche voi porre il vostro futuro sotto il manto di Colei a cui Dio affidò il suo Unigenito Figlio! Voi porterete oggi solennemente in processione per le vie della vostra Capitale la Mano Destra di Santo Stefano, quella mano con cui egli offrì la corona alla Beata Vergine Maria: la santa mano del vostro antico Re accompagni e protegga sempre la vostra vita!

Con questi pensieri intendo rendermi spiritualmente presente alle vostre solenni celebrazioni, porgendo un saluto deferente al Signor Presidente della Repubblica ed a tutte le Autorità della Nazione, al Signor Cardinale Arcivescovo e a tutti i Confratelli nell'Episcopato ed ai loro collaboratori, alle illustri Delegazioni convenute a Budapest per la solenne circostanza, come a tutta la nobile Nazione ungherese.

Nell'anno del Grande Giubileo dell'incarnazione del Figlio di Dio e nel solenne millennio della vostra Nazione invoco su voi tutti la più larga benedizione di Dio Padre ricco di misericordia, di Dio Figlio nostro unico Redentore, di Dio Spirito Santo, che fa nuove tutte le cose. A Lui gloria e onore nei secoli dei secoli!

GIOVANNI PAOLO II
IN OCCASIONE DELLE CELEBRAZIONI DEL MILLENNIO DI SANTO STEFANO D’UNGHERIA (BUDAPEST, 20 AGOSTO 2000)













martedì 28 aprile 2026

A Cospaia, nella "Repubblica del Tabacco" (nata per un clamoroso errore!)

 


Il borgo di Cospaia ottenne, inaspettatamente, l'indipendenza nel 1440, quando papa Eugenio IV cedette il territorio di Sansepolcro alla Repubblica di Firenze. Per errore, nella designazione del confine, una piccola striscia di terreno non venne inclusa nel trattato che delimitava le frontiere, e i locali residenti dichiararono prontamente di non essere sottomessi ad alcuna autorità. L'equivoco nacque dal fatto che, a circa 500 metri dal torrente che doveva stabilire la demarcazione (chiamato semplicemente "Rio"), esisteva un omonimo corso d'acqua. I delegati della repubblica fiorentina considerarono come nuova delimitazione il "Rio" che si trova più a nord, i delegati dello Stato della Chiesa, invece, quello più a sud. Si costituì così una sorta di terra nullius i cui abitanti si autoproclamarono indipendenti. 

I cospaiesi vollero basare la loro indipendenza sulla libertà totale degli abitanti, detentori tutti della sovranità, non affidata a nessun organo di potere, a differenza di altri Stati. Cospaia aveva anche una bandiera ufficiale, che viene tuttora utilizzata in alcune occasioni. Il vessillo era caratterizzato da un campo nero e uno bianco, divisi diagonalmente.


I cospaiesi non avevano, dunque, obblighi tributari con lo Stato Pontificio e con Firenze, e le merci che transitavano nel territorio non erano soggette ad alcun dazio; era perciò una zona franca e cuscinetto. Sebbene Cospaia si estendesse su appena 330 ettari, i 250 abitanti fecero tesoro della situazione e ne approfittarono per incrementare, fra i primi nella penisola italiana, la coltivazione del tabacco. Proprio per questo la nazione prese il nome di "repubblica del tabacco". Inoltre, ancora adesso, alcune varietà di tabacco vengono definite con il nome di cospaia.

La Repubblica di Cospaia non aveva esercito né carceri. A capo dell'amministrazione, per motivi meramente esecutivi, vi era il Consiglio degli Anziani e Capi famiglia, che si riuniva nella chiesa dell'Annunziata (dal 1718 al 1826), sede dell'omonima confraternita (1613): sull'architrave del suo portone si può ancora leggere l'unica norma scritta del minuscolo Stato, "Perpetua et firma libertas", ovvero Perpetua e sicura (ferma) libertà. Alle sedute del Consiglio degli Anziani partecipava altresì il curato di San Lorenzo, in qualità di "presidente" (forse perché l'unica persona non analfabeta), carica condivisa con un membro della famiglia Valenti, la più importante del paese (quando la riunione si teneva nella loro casa, fino al 1718, ove ora sorge Villa Giovagnoli). La menzionata frase latina era anche incisa sulla campana parrocchiale.

Citerna: la Madonna di Donatello (1415/1420)
Monterchi: La Madonna del parto di Piero della Francesca (1455/1465) 

Dopo diversi secoli di esistenza, Cospaia si ridusse però a un mero ricettacolo di contrabbandieri. Il concetto di libertà si era un po' appannato a favore dei suoi privilegi, che attiravano persone di tutti i tipi, per motivi economici o per sfuggire alla giustizia dei due grandi Stati adiacenti. 

Città di Castello: Mostra Burri, ex seccatoi del tabacco

Dopo la parentesi napoleonica, il 26 giugno 1826, con un atto di sottomissione da parte di quattordici rappresentanti della repubblica, essa venne divisa in due tra lo Stato della Chiesa e il Granducato di Toscana: ogni cospaiese, come "risarcimento", ottenne una moneta d'argento (il "papetto", in quanto raffigurante il pontefice regnante Leone XII) e l'autorizzazione a continuare la tabacchicoltura, che proseguì anche grazie a finanziamenti di ricchi possidenti locali (fonte: Wikipedia)







lunedì 2 marzo 2026

Dal Passo Valles al Rifugio Laresei

 


Il passo Valles (in ladino Dof de Valés) è un valico alpino delle Dolomiti, situato a quota 2.032 m s.l.m., al confine fra Veneto e Trentino. 


Collega le valli del Biois e del Travignolo, facendo così da punto di confine tra i comuni di Falcade nel versante est e Primiero San Martino di Castrozza nel versante ovest, quindi tra le province di Belluno e Trento.


Partenza
 Passo Valles (altitudine: 2030 metri slm)
Arrivo
Rifugio Laresei (altitudine: 2250 metri slm)
Difficoltà
Turistico
Dislivello
+220 metri
Durata
circa 1 ora all'andata 

sabato 7 febbraio 2026

"Con ostinata determinazione, chiediamo che la tregua olimpica venga ovunque rispettata"

 


Signora Presidente del Comitato Olimpico Internazionale,

Signor Presidente del Coni,

Signori membri del Comitato Olimpico Internazionale,

Signore e signori convenuti per questa importante cerimonia,

sono lieto di darvi il benvenuto in Italia, a Milano, alla vigilia dell’apertura delle Olimpiadi invernali.

I Giochi sono l’evento sportivo universale. L’Italia è felice di accogliere il gran numero di atleti, gli allenatori e i tecnici, gli spettatori che da ogni parte del mondo giungeranno per assistere alle gare.

Ne avvertiamo la responsabilità, e abbiamo affrontato con passione gli impegni della preparazione.


Consideriamo l’ospitalità un tratto caratteristico dell’identità italiana, della sua cultura.  

È lo spirito italiano, come ha detto, cortesemente, la Presidente Coventry: desidero ringraziarla.

L’Italia - come ha ricordato il presidente Buonfiglio - è alla sua quarta Olimpiade come Paese organizzatore.

Metteremo in campo ogni impegno affinché il tempo che verrà trascorso nei giorni delle gare, sia gradevole. E contiamo di offrire, con cordialità e amicizia, occasioni per ammirare le nostre montagne, per visitare le città e i borghi che ospiteranno le competizioni, per scoprire anche altri luoghi che raccolgono storia e bellezza.

Le Olimpiadi sono opportunità di incontro e di conoscenza, come ha ricordato il presidente Malagò. Che gli atleti, i tecnici, i dirigenti di oltre novanta Paesi si ritrovino insieme è circostanza che non si limita alla dimensione sportiva.

È un grande evento globale che lancia un messaggio al nostro tempo così difficile. Le guerre, le lacerazioni alla serenità della vita internazionale, gli squilibri, le sofferenze recano oscurità e feriscono le coscienze dei popoli.

Lo sport accoglie, produce gioia, passione, speranza. È rispetto per l’altro. Sfida ai propri limiti: è libertà di progredire.

Lo sport è incontro in pace: testimonia fraternità nella lealtà della competizione con altri. È il contrario di un mondo dove prevalgono barriere e incomunicabilità. Si contrappone alla violenza che, da chiunque praticata, genera altra violenza, calpesta la dignità umana, opprime i popoli e ne fa arretrare la qualità di vita.


Chiediamo - con ostinata determinazione - che la tregua olimpica venga ovunque rispettata. Che la forza disarmata dello sport faccia tacere le armi.

Lo sport ha una grande forza nel mondo delle comunicazioni globali.

I Giochi sono uno strumento coinvolgente per invocare pace e comprensione reciproca.

“Dobbiamo essere la pace che desideriamo vedere nel mondo” diceva Martin Luther King.

Da Milano e Cortina, da Bormio, da Livigno, da Anterselva, dalla Val di Fiemme, da Verona - che ospiterà la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi - lo sport si proporrà come veicolo di questa speranza. Speranza che accomuna i popoli di tutti i Continenti.

I valori olimpici di lealtà, inclusione, fraternità sono valori che la Repubblica Italiana ha fatto propri dalla sua fondazione, ottanta anni or sono.

Ringrazio il Comitato olimpico internazionale perché continua a sviluppare nel mondo quest’esperienza di incontro, di passione, di educazione, di cultura condivisa.

Ringrazio gli atleti. Il loro sogno è contagioso e benefico. Sono esempio per milioni di giovani in tutto il mondo.

Tante ragazze e tanti ragazzi, dopo aver seguito i giochi, si avvieranno alla pratica dello sport. Un grande contributo allo sviluppo dei popoli.

Auguro a tutti, a voi, dirigenti dello sport, agli atleti, ai tecnici, agli spettatori di ogni Continente, di emozionarsi e di trasmettere la passione che già si avverte in questo incantevole teatro; dove, come ha sottolineato la Presidente Coventry, avvertiamo i fili preziosi che legano musica e sport.

L’Italia vi augura una buona, felice, indimenticabile Olimpiade!

Dichiaro aperta la 145esima sessione del Comitato Olimpico Internazionale!

Sergio Mattarella

Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Cerimonia di apertura della 145esima sessione del Comitato Olimpico Internazionale



Milano, 02/02/2026 

fonte: quirinale.it