Sci Club Karol Wojtyla
Associazione culturale e sportiva per la salvaguardia e la promozione dei valori della montagna
giovedì 12 febbraio 2026
sabato 7 febbraio 2026
"Con ostinata determinazione, chiediamo che la tregua olimpica venga ovunque rispettata"
Signora Presidente del Comitato Olimpico Internazionale,
Signor Presidente del Coni,
Signori membri del Comitato Olimpico Internazionale,
Signore e signori convenuti per questa importante cerimonia,
sono lieto di darvi il benvenuto in Italia, a Milano, alla vigilia dell’apertura delle Olimpiadi invernali.
I Giochi sono l’evento sportivo universale. L’Italia è felice di accogliere il gran numero di atleti, gli allenatori e i tecnici, gli spettatori che da ogni parte del mondo giungeranno per assistere alle gare.
Ne avvertiamo la responsabilità, e abbiamo affrontato con passione gli impegni della preparazione.
Consideriamo l’ospitalità un tratto caratteristico dell’identità italiana, della sua cultura.
È lo spirito italiano, come ha detto, cortesemente, la Presidente Coventry: desidero ringraziarla.
L’Italia - come ha ricordato il presidente Buonfiglio - è alla sua quarta Olimpiade come Paese organizzatore.
Metteremo in campo ogni impegno affinché il tempo che verrà trascorso nei giorni delle gare, sia gradevole. E contiamo di offrire, con cordialità e amicizia, occasioni per ammirare le nostre montagne, per visitare le città e i borghi che ospiteranno le competizioni, per scoprire anche altri luoghi che raccolgono storia e bellezza.
Le Olimpiadi sono opportunità di incontro e di conoscenza, come ha ricordato il presidente Malagò. Che gli atleti, i tecnici, i dirigenti di oltre novanta Paesi si ritrovino insieme è circostanza che non si limita alla dimensione sportiva.
È un grande evento globale che lancia un messaggio al nostro tempo così difficile. Le guerre, le lacerazioni alla serenità della vita internazionale, gli squilibri, le sofferenze recano oscurità e feriscono le coscienze dei popoli.
Lo sport accoglie, produce gioia, passione, speranza. È rispetto per l’altro. Sfida ai propri limiti: è libertà di progredire.
Lo sport è incontro in pace: testimonia fraternità nella lealtà della competizione con altri. È il contrario di un mondo dove prevalgono barriere e incomunicabilità. Si contrappone alla violenza che, da chiunque praticata, genera altra violenza, calpesta la dignità umana, opprime i popoli e ne fa arretrare la qualità di vita.
Chiediamo - con ostinata determinazione - che la tregua olimpica venga ovunque rispettata. Che la forza disarmata dello sport faccia tacere le armi.
Lo sport ha una grande forza nel mondo delle comunicazioni globali.
I Giochi sono uno strumento coinvolgente per invocare pace e comprensione reciproca.
“Dobbiamo essere la pace che desideriamo vedere nel mondo” diceva Martin Luther King.
Da Milano e Cortina, da Bormio, da Livigno, da Anterselva, dalla Val di Fiemme, da Verona - che ospiterà la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi - lo sport si proporrà come veicolo di questa speranza. Speranza che accomuna i popoli di tutti i Continenti.
I valori olimpici di lealtà, inclusione, fraternità sono valori che la Repubblica Italiana ha fatto propri dalla sua fondazione, ottanta anni or sono.
Ringrazio il Comitato olimpico internazionale perché continua a sviluppare nel mondo quest’esperienza di incontro, di passione, di educazione, di cultura condivisa.
Ringrazio gli atleti. Il loro sogno è contagioso e benefico. Sono esempio per milioni di giovani in tutto il mondo.
Tante ragazze e tanti ragazzi, dopo aver seguito i giochi, si avvieranno alla pratica dello sport. Un grande contributo allo sviluppo dei popoli.
Auguro a tutti, a voi, dirigenti dello sport, agli atleti, ai tecnici, agli spettatori di ogni Continente, di emozionarsi e di trasmettere la passione che già si avverte in questo incantevole teatro; dove, come ha sottolineato la Presidente Coventry, avvertiamo i fili preziosi che legano musica e sport.
L’Italia vi augura una buona, felice, indimenticabile Olimpiade!
Dichiaro aperta la 145esima sessione del Comitato Olimpico Internazionale!
Sergio Mattarella
Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Cerimonia di apertura della 145esima sessione del Comitato Olimpico Internazionale
Milano, 02/02/2026
fonte: quirinale.it
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«Le mani sono fatte per benedire, ma i piedi no!»
Però uno di quei tipi che non hanno peli sulla lingua e, la volta che in paese era successo un sudicio pasticcio nel quale erano immischiati vecchi possidenti e ragazze, don Camillo durante la Messa aveva cominciato un discorsetto generico e ammodino, poi a un bel momento, scorgendo proprio in prima fila uno degli scostumati, gli erano scappati i cavalli e, interrotto il suo dire, aveva gettato un drappo sulla testa del Gesù Crocifisso dell'altar maggiore perché non sentisse e, piantandosi i pugni sui fianchi, aveva finito il discorso a modo suo e tanto era tonante la voce che usciva dalla bocca di quell'omaccione, e tanto grosse le diceva, che il soffitto della chiesetta tremava.
Naturalmente don Camillo, venuto
il tempo delle elezioni, si era espresso in modo così esplicito nei riguardi
degli esponenti locali delle sinistre che, una bella sera, tra il lusco e il
brusco, mentre tornava in canonica, un pezzaccio d'uomo intabarrato gli era
arrivato alle spalle schizzando fuor da una siepe e, approfittando che don
Camillo era impacciato dalla bicicletta al manubrio della quale era appeso un
fagotto con settanta uova, gli aveva dato una robusta suonata con un palo,
scomparendo poi come inghiottito dalla terra.
Don Camillo non aveva detto
niente a nessuno. Arrivato in canonica e messe in salvo le uova, era andato in
chiesa a consigliarsi con Gesù, come era solito fare nei momenti di dubbio.
«Cosa debbo fare?» aveva chiesto
don Camillo.
«Spennellati la schiena con un
po' d'olio sbattuto nell'acqua e statti zitto» gli aveva risposto Gesù dal
sommo dell'altare. «Bisogna perdonare chi ci offende. Questa è la regola.»
«Va bene» aveva obiettato don
Camillo. «Qui però si tratta di legnate, non di offese.»
«E cosa vuol dire?» gli aveva
sussurrato Gesù. «Forse che le offese recate al corpo sono più dolorose di
quelle recate allo spirito?»
«D'accordo, Signore. Ma Voi
dovete tener presente che legnando me che sono il Vostro ministro, hanno recato
offesa a Voi. Io lo faccio più per Voi che per me.»
«E io non ero forse più ministro
di Dio di te? E non ho forse perdonato chi mi ha inchiodato sulla croce?»
«Con Voi non si può ragionare»
aveva concluso don Camillo. «Avete sempre ragione Voi. Sia fatta la Vostra
volontà. Perdoneremo. Però ricordatevi che se quelli, imbaldanziti dal mio
silenzio, mi spaccheranno la zucca la responsabilità sarà Vostra. Io Vi potrei
citare dei passi del Vecchio Testamento…»
«Don Camillo, a me vieni a parlare di Vecchio Testamento!
Per quanto riguarda il resto mi assumo ogni responsabilità. Però, detto fra
noi, una pestatina ti sta bene così impari a fare della politica in casa mia.»
Don Camillo aveva perdonato. Però una cosa gli era rimasta
di traverso nel gozzo come una lisca di merluzzo: la curiosità di sapere chi
l'avesse spennellato.
Passò del tempo e, una sera tardi, mentre era nel
confessionale, don Camillo vide attraverso la grata la faccia del capoccia
dell'estrema sinistra, Peppone.
Peppone che veniva a confessarsi era un avvenimento da far
rimanere a bocca aperta. Don Camillo si compiacque.
«Dio sia con te, fratello: con te che più d'ogni altro hai bisogno
della Sua santa benedizione. È da molto tempo che non ti confessi?»
«Dal 1918» rispose Peppone.
«Figurati i peccati che hai fatto in questi 28 anni, con quelle
belle idee che hai per la testa.»
«Eh sì, parecchi» sospirò Peppone.
«Per esempio?»
«Per esempio due mesi fa vi ho bastonato.»
«È grave» rispose don Camillo. «Offendendo un ministro di
Dio tu hai offeso Dio.»
«Me ne sono pentito» esclamò Peppone. «Io poi non vi ho bastonato come ministro di Dio, ma come avversario politico. È stato un momento di debolezza.»
«Oltre a questo e all'appartenenza a quel diabolico partito,
hai altri peccati gravi?»
Peppone vuotò il sacco.
In complesso era poca roba e don Camillo lo liquidò con una
ventina fra Pater e Avemarie. Poi, mentre Peppone si inginocchiava davanti alla
balaustra per dire la sua penitenza, don Camillo andò a inginocchiarsi sotto il
Crocifisso.
«Gesù» disse «perdonami ma io gliele pesto.»
«Neanche per sogno» rispose Gesù. «Io l'ho perdonato e anche
tu lo devi perdonare. In fondo è un brav'uomo.»
«Gesù, non ti fidare dei rossi: quelli tirano a fregare.
Guardalo bene: non vedi che faccia da barabba che ha?»
«Una faccia come tutte le altre. Don Camillo, tu hai il cuore
avvelenato!»
«Gesù, se Vi ho servito bene fatemi una grazia: lasciate almeno
che gli sbatta quel candelotto sulla schiena! Cos'è una candela, Gesù mio?»
«No» rispose Gesù. «Le tue mani sono fatte per benedire, non
per percuotere.»
Don Camillo sospirò. Si inchinò e uscì dal cancelletto.
Si volse verso l'altare per segnarsi ancora e così si trovò
dietro le spalle di Peppone che, inginocchiato, era immerso nelle sue
preghiere.
«Sta bene» gemette don Camillo giungendo le palme e guardando
Gesù. «Le mani sono fatte per benedire, ma i piedi no!»
«Anche questo è vero» disse Gesù dall'alto dell'altare.
«Però mi raccomando, don Camillo: una sola!»-
La pedata partì come un fulmine. Peppone incassò senza battere
ciglio poi si alzò e sospirò sollevato:
«È dieci minuti che l'aspettavo» disse. «Adesso mi sento meglio.»
«Anch'io» esclamò don Camillo che aveva ora il cuore sgombro
e netto come il cielo sereno.
Gesù non disse niente. Ma si vedeva che era contento anche
Lui.
(Giovanni Guareschi, Don Camillo Mondo Piccolo, 1948)
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