sabato 7 febbraio 2026

"Con ostinata determinazione, chiediamo che la tregua olimpica venga ovunque rispettata"

 


Signora Presidente del Comitato Olimpico Internazionale,

Signor Presidente del Coni,

Signori membri del Comitato Olimpico Internazionale,

Signore e signori convenuti per questa importante cerimonia,

sono lieto di darvi il benvenuto in Italia, a Milano, alla vigilia dell’apertura delle Olimpiadi invernali.

I Giochi sono l’evento sportivo universale. L’Italia è felice di accogliere il gran numero di atleti, gli allenatori e i tecnici, gli spettatori che da ogni parte del mondo giungeranno per assistere alle gare.

Ne avvertiamo la responsabilità, e abbiamo affrontato con passione gli impegni della preparazione.


Consideriamo l’ospitalità un tratto caratteristico dell’identità italiana, della sua cultura.  

È lo spirito italiano, come ha detto, cortesemente, la Presidente Coventry: desidero ringraziarla.

L’Italia - come ha ricordato il presidente Buonfiglio - è alla sua quarta Olimpiade come Paese organizzatore.

Metteremo in campo ogni impegno affinché il tempo che verrà trascorso nei giorni delle gare, sia gradevole. E contiamo di offrire, con cordialità e amicizia, occasioni per ammirare le nostre montagne, per visitare le città e i borghi che ospiteranno le competizioni, per scoprire anche altri luoghi che raccolgono storia e bellezza.

Le Olimpiadi sono opportunità di incontro e di conoscenza, come ha ricordato il presidente Malagò. Che gli atleti, i tecnici, i dirigenti di oltre novanta Paesi si ritrovino insieme è circostanza che non si limita alla dimensione sportiva.

È un grande evento globale che lancia un messaggio al nostro tempo così difficile. Le guerre, le lacerazioni alla serenità della vita internazionale, gli squilibri, le sofferenze recano oscurità e feriscono le coscienze dei popoli.

Lo sport accoglie, produce gioia, passione, speranza. È rispetto per l’altro. Sfida ai propri limiti: è libertà di progredire.

Lo sport è incontro in pace: testimonia fraternità nella lealtà della competizione con altri. È il contrario di un mondo dove prevalgono barriere e incomunicabilità. Si contrappone alla violenza che, da chiunque praticata, genera altra violenza, calpesta la dignità umana, opprime i popoli e ne fa arretrare la qualità di vita.


Chiediamo - con ostinata determinazione - che la tregua olimpica venga ovunque rispettata. Che la forza disarmata dello sport faccia tacere le armi.

Lo sport ha una grande forza nel mondo delle comunicazioni globali.

I Giochi sono uno strumento coinvolgente per invocare pace e comprensione reciproca.

“Dobbiamo essere la pace che desideriamo vedere nel mondo” diceva Martin Luther King.

Da Milano e Cortina, da Bormio, da Livigno, da Anterselva, dalla Val di Fiemme, da Verona - che ospiterà la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi - lo sport si proporrà come veicolo di questa speranza. Speranza che accomuna i popoli di tutti i Continenti.

I valori olimpici di lealtà, inclusione, fraternità sono valori che la Repubblica Italiana ha fatto propri dalla sua fondazione, ottanta anni or sono.

Ringrazio il Comitato olimpico internazionale perché continua a sviluppare nel mondo quest’esperienza di incontro, di passione, di educazione, di cultura condivisa.

Ringrazio gli atleti. Il loro sogno è contagioso e benefico. Sono esempio per milioni di giovani in tutto il mondo.

Tante ragazze e tanti ragazzi, dopo aver seguito i giochi, si avvieranno alla pratica dello sport. Un grande contributo allo sviluppo dei popoli.

Auguro a tutti, a voi, dirigenti dello sport, agli atleti, ai tecnici, agli spettatori di ogni Continente, di emozionarsi e di trasmettere la passione che già si avverte in questo incantevole teatro; dove, come ha sottolineato la Presidente Coventry, avvertiamo i fili preziosi che legano musica e sport.

L’Italia vi augura una buona, felice, indimenticabile Olimpiade!

Dichiaro aperta la 145esima sessione del Comitato Olimpico Internazionale!

Sergio Mattarella

Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Cerimonia di apertura della 145esima sessione del Comitato Olimpico Internazionale



Milano, 02/02/2026 

fonte: quirinale.it



domenica 1 febbraio 2026

"Tonnellate di dettagli"

 

Il Foglio, 31 gennaio 2026

Marcialonga 2026: dominio norvegese


 53^ Marcialonga

6000 partecipanti

70 Km tra Moena, Canazei, Predazzo e Cavalese

Dominio incontrastato dei norvegesi 
nelle categorie uomini e donne

lunedì 17 novembre 2025

domenica 9 novembre 2025

«Le mani sono fatte per benedire, ma i piedi no!»

Brescello (Reggio Emilia)


Don Camillo, l'arciprete di Ponteratto, era un gran brav'uomo. 

Però uno di quei tipi che non hanno peli sulla lingua e, la volta che in paese era successo un sudicio pasticcio nel quale erano immischiati vecchi possidenti e ragazze, don Camillo durante la Messa aveva cominciato un discorsetto generico e ammodino, poi a un bel momento, scorgendo proprio in prima fila uno degli scostumati, gli erano scappati i cavalli e, interrotto il suo dire, aveva gettato un drappo sulla testa del Gesù Crocifisso dell'altar maggiore perché non sentisse e, piantandosi i pugni sui fianchi, aveva finito il discorso a modo suo e tanto era tonante la voce che usciva dalla bocca di quell'omaccione, e tanto grosse le diceva, che il soffitto della chiesetta tremava.

Naturalmente don Camillo, venuto il tempo delle elezioni, si era espresso in modo così esplicito nei riguardi degli esponenti locali delle sinistre che, una bella sera, tra il lusco e il brusco, mentre tornava in canonica, un pezzaccio d'uomo intabarrato gli era arrivato alle spalle schizzando fuor da una siepe e, approfittando che don Camillo era impacciato dalla bicicletta al manubrio della quale era appeso un fagotto con settanta uova, gli aveva dato una robusta suonata con un palo, scomparendo poi come inghiottito dalla terra.

Don Camillo non aveva detto niente a nessuno. Arrivato in canonica e messe in salvo le uova, era andato in chiesa a consigliarsi con Gesù, come era solito fare nei momenti di dubbio.

«Cosa debbo fare?» aveva chiesto don Camillo.

«Spennellati la schiena con un po' d'olio sbattuto nell'acqua e statti zitto» gli aveva risposto Gesù dal sommo dell'altare. «Bisogna perdonare chi ci offende. Questa è la regola.»

«Va bene» aveva obiettato don Camillo. «Qui però si tratta di legnate, non di offese.»

«E cosa vuol dire?» gli aveva sussurrato Gesù. «Forse che le offese recate al corpo sono più dolorose di quelle recate allo spirito?»

«D'accordo, Signore. Ma Voi dovete tener presente che legnando me che sono il Vostro ministro, hanno recato offesa a Voi. Io lo faccio più per Voi che per me.»

«E io non ero forse più ministro di Dio di te? E non ho forse perdonato chi mi ha inchiodato sulla croce?»

«Con Voi non si può ragionare» aveva concluso don Camillo. «Avete sempre ragione Voi. Sia fatta la Vostra volontà. Perdoneremo. Però ricordatevi che se quelli, imbaldanziti dal mio silenzio, mi spaccheranno la zucca la responsabilità sarà Vostra. Io Vi potrei citare dei passi del Vecchio Testamento…»

«Don Camillo, a me vieni a parlare di Vecchio Testamento! Per quanto riguarda il resto mi assumo ogni responsabilità. Però, detto fra noi, una pestatina ti sta bene così impari a fare della politica in casa mia.»

Don Camillo aveva perdonato. Però una cosa gli era rimasta di traverso nel gozzo come una lisca di merluzzo: la curiosità di sapere chi l'avesse spennellato.

Passò del tempo e, una sera tardi, mentre era nel confessionale, don Camillo vide attraverso la grata la faccia del capoccia dell'estrema sinistra, Peppone.


Peppone che veniva a confessarsi era un avvenimento da far rimanere a bocca aperta. Don Camillo si compiacque.

«Dio sia con te, fratello: con te che più d'ogni altro hai bisogno della Sua santa benedizione. È da molto tempo che non ti confessi?»

«Dal 1918» rispose Peppone.

«Figurati i peccati che hai fatto in questi 28 anni, con quelle belle idee che hai per la testa.»

«Eh sì, parecchi» sospirò Peppone.

«Per esempio?»

«Per esempio due mesi fa vi ho bastonato.»

«È grave» rispose don Camillo. «Offendendo un ministro di Dio tu hai offeso Dio.»

«Me ne sono pentito» esclamò Peppone. «Io poi non vi ho bastonato come ministro di Dio, ma come avversario politico. È stato un momento di debolezza.»

«Oltre a questo e all'appartenenza a quel diabolico partito, hai altri peccati gravi?»

Peppone vuotò il sacco.

In complesso era poca roba e don Camillo lo liquidò con una ventina fra Pater e Avemarie. Poi, mentre Peppone si inginocchiava davanti alla balaustra per dire la sua penitenza, don Camillo andò a inginocchiarsi sotto il Crocifisso.

«Gesù» disse «perdonami ma io gliele pesto.»

«Neanche per sogno» rispose Gesù. «Io l'ho perdonato e anche tu lo devi perdonare. In fondo è un brav'uomo.»

«Gesù, non ti fidare dei rossi: quelli tirano a fregare.

Guardalo bene: non vedi che faccia da barabba che ha?»

«Una faccia come tutte le altre. Don Camillo, tu hai il cuore avvelenato!»


«Gesù, se Vi ho servito bene fatemi una grazia: lasciate almeno che gli sbatta quel candelotto sulla schiena! Cos'è una candela, Gesù mio?»

«No» rispose Gesù. «Le tue mani sono fatte per benedire, non per percuotere.»

Don Camillo sospirò. Si inchinò e uscì dal cancelletto.

Si volse verso l'altare per segnarsi ancora e così si trovò dietro le spalle di Peppone che, inginocchiato, era immerso nelle sue preghiere.

«Sta bene» gemette don Camillo giungendo le palme e guardando Gesù. «Le mani sono fatte per benedire, ma i piedi no!»

«Anche questo è vero» disse Gesù dall'alto dell'altare.

«Però mi raccomando, don Camillo: una sola!»-

La pedata partì come un fulmine. Peppone incassò senza battere ciglio poi si alzò e sospirò sollevato:

«È dieci minuti che l'aspettavo» disse. «Adesso mi sento meglio.»

«Anch'io» esclamò don Camillo che aveva ora il cuore sgombro e netto come il cielo sereno.

Gesù non disse niente. Ma si vedeva che era contento anche Lui.

(Giovanni Guareschi, Don Camillo Mondo Piccolo, 1948)



Gualtieri


venerdì 26 settembre 2025

Nella valle delle mele

 

Castel Thun

Mele della Val di Non


Imponente e austero, ma dotato al tempo stesso di una speciale eleganza, il castello rispecchia il carattere dell'omonima stirpe trentina che vi stabilì la propria sede intorno alla metà del XIII secolo. 

Già al tramonto del Medioevo i Thun estesero i loro domini su gran parte delle valli del Noce, incorporando castelli e giurisdizioni. Da allora rimasero una delle più potenti famiglie feudali della regione, dividendosi in numerosi rami, uno dei quali si radicò in Boemia, dove nel 1629 acquisì, per tutto il casato, il predicato di Thun-Hohenstein e il titolo di conti dell'impero. 

Il maniero sorge in cima al colle sopra il paese di Vigo di Ton, in posizione panoramica rispetto all'intera valle. 

Costituito da torri, mura, bastioni e fossato, deve l'attuale aspetto alle modifiche intraprese nel Cinquecento e nel Seicento. Al 1566 risale la Porta Spagnola attraverso la quale si accede al ponte levatoio e al primo cortile, costruita in stile moresco.


L'ambiente più famoso è la secentesca Stanza del Vescovo, interamente rivestita di legno di cirmolo, con soffitto a cassettoni e stufa in maiolica.



I Thun dimorarono nel castello fino alla morte del conte Zdenko Franz Thun Hohenstein, avvenuta nel 1982.


San Romedio



Nel quarto secolo dell'era cristiana, all'epoca di San Vigilio vescovo di Trento, viveva, in una solitaria e selvaggia valletta della Valle di Non, un eremita chiamato Romedio. 
Narra la tradizione che il vecchio anacoreta, sentendo prossima l'ora della sua morte, desiderasse compiere un ultimo viaggio a Trento per ricevere la benedizione del santo Vescovo. 
Ultimati i preparativi del viaggio, i discepoli di Romedio si apprestavano a sellare il vecchio cavallo dell'eremita quando videro un grosso orso che stava divorando tranquillo la povera bestia legata ai margini del bosco. 
Accorse sul posto, Romedio, senza alcun turbamento e senza paura dell'orso, ordinò a questo di accucciarsi e di lasciarsi sellare. 
L'orso indossò la bardatura del cavallo morto e così Romedio iniziò il suo pellegrinaggio verso Trento. Uno stormo di uccelli accompagnava la piccola carovana annunciando a tutti l'eccezionale viaggiatore che al suo passaggio compiva molti miracoli. 
Al suo arrivo a Trento le campane del Duomo suonarono a festa per rendere omaggio al singolare personaggio. A Sanzeno, in Val di Non, un santuario evoca la figura di San Romedio che visse, secondo la storia, molto probabilmente durante il ciclo longobardo e venne canonizzato verso il 1100.

(da F.Osti "L'orso bruno nel Trentino" - 1999)




Nel luglio del 1809 il patriota tirolese Andreas Hofer, cattolico molto devoto, si recò in pellegrinaggio a San Romedio per invocare la protezione del santo prima di iniziare la sollevazione popolare contro l'invasione dei francesi e bavaresi.
Questo avvenimento è ricordato da una targa all'ingresso del santuario. Ogni anno gli Schützen di tutto il Tirolo si ritrovano al santuario per una celebrazione e una messa.

Andreas Hofer nacque il 22 novembre 1767 presso il maso Sandhof in Val Passiria, figlio di Josef Hofer e di Maria Aigentler. All’età di 3 anni rimase orfano di madre e a quella di 7, nel 1774, perse anche il padre. Josef Griner, marito di Anna, sorella maggiore di Andreas, si prese cura della famiglia. Terminata la scuola elementare Andreas fu mandato nel Tirolo italiano, per imparare la lingua e apprendere il mestiere di oste e contadino. Fu a Cles, presso la famiglia de Miller, dal 1780 al 1785 e poi a Ballino, presso la locanda Armani-Zanini, fino al 1788. Ritornato a gestire il maso di famiglia, si sposò nel 1789 con Anna Ladurner di Lagundo, dalla quale ebbe sette figli.
Nel 1790 fu eletto rappresentante della Val Passiria nel Landtag (Consiglio regionale) e nel corso della prima guerra di coalizione, nel 1796-97, fu impegnato al Passo del Tonale, al comando degli Schützen della Passiria.
Per il suo carisma e i numerosi contatti che aveva allacciato durante la sua permanenza nel Tirolo italiano e nella sua professione di oste, Andreas Hofer fu scelto tra le persone fidate che potessero fungere da tramite tra il governo austriaco e la popolazione tirolese, nei preparativi della sollevazione della popolazione della regione, che dovevano accompagnare l’apertura della guerra tra la Francia e l’Austria.
Fu impegnato sul finire di aprile del 1809, negli eventi che portarono alla cacciata dal Trentino delle truppe franco-bavaresi. Dopo la seconda battaglia del Bergisel, nel mese di maggio, Hofer diventò comandante supremo della regione e nel mese di agosto, dopo la terza battaglia del Bergisel, si insediò a Innsbruck come reggente del Tirolo. All’inizio di novembre, con la soppressione da parte dei francesi della sollevazione popolare tirolese, Hofer si ritirò nella propria valle. Si rifugiò con la famiglia presso una malga sulle montagne della Passiria dove fu catturato dai francesi il 27 gennaio 1810. Fu condotto a Mantova e qui fucilato il 20 febbraio 1810.