lunedì 5 ottobre 2026

Nella terra di Teodolinda

 



Saluto con viva cordialità tutti voi che vi siete raccolti davanti a questa Cattedrale, insigne monumento della tradizione religiosa lombarda e italica.

Questo sacro edificio è al centro di una città che, dopo gli albori celtico-romani, ha visto lo splendore della civiltà Longobarda, e successivamente i riflessi di tutte le grandi culture centro-europee, assimilando da ognuna quella linfa che doveva fare di essa uno dei simboli della nascente nazione italiana.





Tra queste mura sono custoditi alcuni tra i segni più prestigiosi di una storia secolare, insieme civile e cristiana. La storia della cultura italiana, che rimarrebbe incomprensibile se non venisse letta alla luce del Cristianesimo, che ha permeato tutto il vivere civile.


La “corona ferrea”, dono di Teodolinda, e il “tesoro”, che, assieme alla Croce di Berengario, conserva le ampolle con gli oli provenienti dagli antichi santuari dei martiri Romani e della Palestina, sono un invito costante a conservare e a rivitalizzare il “tesoro” ancora più bello della vostra secolare tradizione, insieme religiosa e civile. E questa, mi compiaccio di dirlo, è tuttora viva ed operante, perché potenziata da grandi personalità, quali san Carlo Borromeo, che anche qui ha avuto uno dei suoi campi pastorali privilegiati.




Non posso dimenticare, però, che la vostra città, collocata a pochi passi da Milano, si trova al centro di una regione - come ha detto il mio venerato predecessore Paolo VI - “dove i fenomeni trasformatori della società moderna dispiegano la loro potenza, la loro grandezza, la forza innovatrice, più che in altre regioni, e si pronunciano come irresistibili, così da costituire . . . una pressione almeno sulla concezione cristiana, abituale un tempo, della vita” (cf. Insegnamenti di Paolo VI, VI [1968] 67).


A voi spetta dunque l’impegnativo compito di trovare risposte di fede ai problemi di una civiltà proiettata verso il futuro, sapendole attingere da questo splendido patrimonio religioso e morale, e nello stesso tempo civile e culturale, di cui è testimone la vostra città. A voi spetta l’ardito impegno di contribuire a dare nuova linfa alla cultura lombarda, tanto significativa per l’Italia del futuro, così che il suo edificarsi e configurarsi avvenga, come in passato, sulle solide basi di una visione cristiana della vita, tali da renderla capace di continuare a sfidare i secoli.


Nella fedeltà alla vostra antica e sempre viva tradizione, voi potete diventare, carissimi cittadini di Monza, un simbolo della possibilità concreta di fare sintesi, mediante una fede viva, tra i tesori del passato, i problemi del presente, le attese del futuro; di far entrare in simbiosi tra di loro le ricchezze civili e cristiane di popoli e di epoche storiche diverse.


Vi invito perciò, carissimi, a cercare risposte di fede ai problemi del presente, alla luce dell’esperienza storica del passato, in vista della costruzione di quella società del terzo millennio, che non potrà mai trovare spazi adeguati a una vita autenticamente umana, se non si lascia trasformare dai fermenti che provengono dalla fede cristiana.


Giovanni Paolo II, 21 maggio 1983











Nell’altare della Cappella di Teodolinda è custodita la Corona Ferrea, uno dei prodotti di oreficeria più importanti e densi di significato di tutta la storia dell’Occidente.

Conservatasi miracolosamente fino ai nostri giorni, la Corona è composta da sei piastre d’oro – ornate da rosette a rilievo, castoni di gemme e smalti – recanti all’interno un cerchio di metallo, dal quale prende il nome di “ferrea”, che un’antica tradizione, riportata già da sant’Ambrogio alla fine del IV secolo, identifica con uno dei chiodi utilizzati per la crocifissione di Cristo: una reliquia, quindi, che sant’Elena avrebbe rinvenuto nel 326 durante un viaggio in Palestina e inserito nel diadema del figlio, l’imperatore Costantino.

La tradizione, che lega la Corona alla passione di Cristo e al primo imperatore cristiano, spiega il valore simbolico attribuitole dai re d’Italia (o dagli aspiranti tali, come i Visconti), che l’avrebbero usata nelle incoronazioni per attestare l’origine divina del loro potere e il loro legame con gli imperatori romani.

Recenti indagini scientifiche fanno prospettare che la Corona, che così come si presenta deriva da interventi realizzati tra il IV-V e il IX secolo, possa essere un’insegna reale tardo-antica, forse ostrogota, passata ai re longobardi e pervenuta infine ai sovrani carolingi, che l’avrebbero fatta restaurare e donata al Duomo di Monza.

A partire da allora la storia del diadema fu indissolubilmente legata a quella del Duomo e della città.

Nel 1354, ad esempio, papa Innocenzo VI sancì come diritto indiscusso – anche se poi disatteso – del Duomo di Monza di poter ospitare le incoronazioni dei re d’Italia, mentre nel 1576 san Carlo Borromeo vi istituì il culto del Santo Chiodo, in modo sia da rendere ufficiale il riconoscimento del diadema come reliquia, sia di legarlo a un altro Santo Chiodo, conservato nel Duomo di Milano, che secondo la stessa antica tradizione sant’Elena avrebbe fatto forgiare a forma di morso per il cavallo di Costantino, come ulteriore metafora dell’ispirazione divina nel comando dell’Impero.

In virtù del suo valore sacro la Corona Ferrea viene conservata in un altare consacrato e ad essa dedicato, eretto da Luca Beltrami nel 1895-96.

Secondo la tradizione, numerosissime sarebbero state le incoronazioni avvenute con il prezioso diadema.

Per restare nel Medioevo, oltre a quelle dei sovrani longobardi, quelle di Carlo Magno (774) e di Corrado di Lorena (1093).

Tra quelle più sicure, poiché riportate dalle fonti, vanno per lo meno citate quelle di:

  • Corrado III di Svevia, nipote di Enrico IV e avversario dell’imperatore Lotario, incoronato nel 1128 nella Chiesa di San Michele a Monza;
  • Federico I Barbarossa, incoronato a Monza nel 1158, durante la sua seconda discesa in Italia;
  • Enrico VI di Hohenstaufen, figlio del Barbarossa, incoronato a Monza nel 1186 in occasione delle sue nozze con Costanza d’Altavilla;
  • Carlo IV di Lussemburgo, incoronato nel 1355 nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano;
  • Carlo V d’Asburgo, re di Spagna e imperatore del Sacro Romano Impero, incoronato nel 1530 a Bologna da papa Clemente VII;
  • Napoleone I Bonaparte, incoronato nel 1805 nel Duomo di Milano: nel corso della cerimonia avrebbe pronunciato la celebre frase “Dio me l’ha data, guai ai chi la tocca!”;
  • Ferdinando I d’Austria, incoronato nel 1838 re del Lombardo-Veneto nel duomo di Milano.

Per quanto riguarda i Savoia, la Corona Ferrea non venne indossata da nessuno di loro, anche se fu esposta a Roma come insegna reale in occasione dei funerali di Vittorio Emanuele II (1878), che in vita aveva istituito in suo onore l’Ordine cavalleresco della Corona d’Italia, e di Umberto I (1900), che proprio a Monza, città della corona, era stato assassinato.

fonte: https://www.museoduomomonza.it/

sabato 25 luglio 2026

Budapest: la città del Re Santo Stefano

 



1. Te Deum laudamus, Te Dominum confitemur! Queste gioiose parole dell'inno Te Deum ben si addicono alla solenne celebrazione del primo Millennio dell'incoronazione di Santo Stefano. In quest'ora di grazia il pensiero va a quell'evento chiave che segna la nascita dello Stato ungherese. Con cuore riconoscente, desideriamo lodare Dio e ringraziarlo per le grazie ricevute dal popolo d'Ungheria in questi mille anni di storia.

E' una storia che inizia con un Re santo, anzi con una "famiglia santa": Stefano con la moglie, la Beata Gisella, ed il figlio Sant'Emerico costituiscono la prima famiglia santa ungherese. Sarà un seme che germoglierà e susciterà una schiera di nobili figure che illustreranno la Pannonia Sacra: basti pensare a San Ladislao, a Sant'Elisabetta ed a Santa Margherita!

Guardando poi al tormentato secolo ventesimo, come non ricordare le grandi figure del compianto Card. József Mindszenty, del Beato Vescovo martire Vilmos Apor e del Venerabile László Batthyány-Strattmann? E' una storia che si snoda nei secoli con una fecondità che a voi spetta di continuare ed arricchire con nuovi frutti nei vari campi dell'attività umana.


Nello scorrere del suo glorioso passato, l'Ungheria è stata anche baluardo di difesa della cristianità contro l'invasione dei tartari e dei turchi. Non mancarono certo, in così ampio arco di tempo, momenti oscuri; non mancò l'esperienza amara di arretramenti e sconfitte, su cui è doveroso ritornare con un esame critico che metta in luce le responsabilità e induca a ricorrere, in ultima analisi, alla misericordia di Dio, il quale sa trarre il bene anche dal male. Nel suo insieme, tuttavia, la storia della vostra Patria è ricca di splendide luci sia nell'ambito religioso che in quello civile, così da suscitare l'ammirazione di quanti ne intraprendono lo studio.


2. Agli albori del Millennio si staglia la figura del Santo Re Stefano. Egli volle fondare lo Stato sulla pietra salda dei valori cristiani, e per questo desiderò ricevere la corona regale dalle mani del Papa, il mio Predecessore Silvestro II. In tal modo, la Nazione ungherese si costituiva in profonda unità con la Cattedra di Pietro e si legava con stretti vincoli agli altri Paesi europei, che condividevano la medesima cultura cristiana. Proprio questa cultura fu la linfa vitale che, permeando le fibre della pianta in formazione, ne assicurò lo sviluppo ed il consolidamento, preparandone la futura, straordinaria fioritura.


Nel cristianesimo il vero, il giusto, il buono, il bello si ricompongono in mirabile armonia sotto l'azione della grazia, che tutto trasforma ed eleva. Il mondo del lavoro, dello studio e della ricerca, la realtà del diritto, il volto dell'arte nelle sue molteplici espressioni, il senso dei valori, la sete - spesso inconscia - di cose grandi ed eterne, con il bisogno di assoluto che è presente nell'uomo, trovano il loro estuario in Gesù Cristo, che è la Via, la Verità, la Vita. E' quanto rilevava Agostino, quanto affermava che l'uomo è fatto per Dio, e per questo il suo cuore è irrequieto finché non riposa in Lui (cfr Confess. I, 1).


In questa inquietudine creativa pulsa tutto ciò che esiste di più profondamente umano: il senso di appartenenza a Dio, la ricerca della verità, l'insaziabile bisogno del bene, la sete ardente d'amore, la fame di libertà, la nostalgia del bello, lo stupore del nuovo, la voce sommessa ma imperativa della coscienza. Proprio questa inquietudine rivela pertanto la vera dignità dell'uomo, il quale nel più profondo del suo essere avverte come il proprio destino sia indissolubilmente legato a quello eterno di Dio. Ogni tentativo di elidere o di ignorare questo insopprimibile bisogno di Dio riduce ed immiserisce il dato originale dell'uomo: il credente, che di ciò è consapevole, deve farsene testimone nella società, per servire anche in questo modo l'autentica causa dell'uomo.


3. E' a tutti noto che la vostra nobilissima Nazione si è formata sulle ginocchia materne della Santa Chiesa. Purtroppo nelle due ultime generazioni, non tutti hanno avuto la possibilità di conoscere Gesù Cristo, nostro Salvatore. Tale periodo della storia è stato segnato da tribolazioni e sofferenze. Ora spetta a voi, cristiani ungheresi, il compito di portare il nome di Cristo e di annunciare la sua Buona Novella a tutti i vostri cari concittadini, facendo loro conoscere il volto del nostro Salvatore.



Quando Santo Stefano scrisse i suoi Ammonimenti al figlio Emerico, è a lui soltanto che egli si rivolgeva? E' questa la domanda che vi ponevo, nel corso del mio primo viaggio pastorale in Ungheria, durante l'indimenticabile celebrazione avvenuta nella Piazza degli Eroi, il 20 agosto del 1991. Osservavo allora: "Non ha forse il Santo Re scritto i suoi Ammonimenti per tutte le future generazioni degli Ungheresi, per tutti gli eredi della sua corona? Il Re che voi venerate, cari figli e figlie della Nazione ungherese, vi ha lasciato come eredità non soltanto la sacra corona, ricevuta dal Papa Silvestro II, ma vi ha lasciato anche un testamento spirituale, un'eredità di valori fondamentali e indistruttibili: la vera casa costruita sulla roccia".


Resta, inoltre, sempre attuale quanto il Santo Re, in quel testo venerando, ricordava al figlio: "Un paese che ha una sola lingua e un solo costume è debole e cadente. Per questo ti raccomando di accogliere benevolmente i forestieri e di tenerli in onore, così che preferiscano stare piuttosto da te che non altrove" (Ammonimenti, VI). Come non ammirare la lungimiranza di un simile monito? Vi è delineata la concezione di uno Stato moderno, aperto verso le necessità di tutti, alla luce del Vangelo di Cristo.




4. La fedeltà al messaggio cristiano porti oggi anche voi, carissimi Fratelli e Sorelle ungheresi, a coltivare i valori del rispetto reciproco e della solidarietà, che hanno nella dignità della persona umana il loro indistruttibile fondamento. Sappiate accogliere con animo riconoscente verso Dio il dono della vita e difendetene con intrepido coraggio il valore sacro a partire dal concepimento fino al suo termine naturale. Siate consapevoli della centralità della famiglia per una società ordinata e florida. Promuovete, pertanto, sapienti iniziative per proteggerne la saldezza e l'integrità. Solo una Nazione che possa contare su famiglie sane e solide è capace di sopravvivere e di scrivere una grande storia, come è stato nel vostro passato.

Non manchi poi tra i cattolici d'Ungheria la volontà di coltivare con gli aderenti alle altre confessioni cristiane rapporti di sincero ecumenismo, per essere autentici testimoni del Vangelo. Mille anni fa, la Cristianità non era ancora divisa. Oggi si sente con forza sempre maggiore la necessità di ricomporre la piena unità ecclesiale fra tutti i credenti in Cristo. Le divisioni degli ultimi secoli devono essere superate, nella verità e nell'amore, con impegno appassionato ed insonne.
Favorite ed appoggiate, inoltre, ogni iniziativa volta a promuovere la concordia e la collaborazione all'interno della Nazione e con le Nazioni vicine. Avete sofferto insieme durante i lunghi periodi di prova che si sono abbattuti su voi e sugli altri popoli; perché non dovreste poter vivere insieme anche nel futuro? La pace e la concordia saranno per voi fonte di ogni bene. Studiate il vostro passato e cercate di trarre dalla conoscenza delle vicende dei secoli trascorsi l'insegnamento di cui è ricca la storia, magistra vitae anche per il vostro futuro.

5. Salvum fac populum tuum, Domine, et benedic hereditati tuae! Con questa invocazione, che ancora il Te Deum pone sulle nostre labbra, ci rivolgiamo al Signore per implorarne l'aiuto sul nuovo Millennio che si apre. Lo chiediamo per l'intercessione della Vergine Maria, la Magna Domina Hungarorum, la cui venerazione ha tanta parte nella preziosa eredità del Re Santo Stefano. A Lei egli aveva offerto la sua corona, quale segno di affidamento del popolo ungherese alla sua celeste protezione. Quante immagini che rievocano questo gesto si trovano nelle vostre chiese! Seguendo l'esempio del Santo Re, sappiate anche voi porre il vostro futuro sotto il manto di Colei a cui Dio affidò il suo Unigenito Figlio! Voi porterete oggi solennemente in processione per le vie della vostra Capitale la Mano Destra di Santo Stefano, quella mano con cui egli offrì la corona alla Beata Vergine Maria: la santa mano del vostro antico Re accompagni e protegga sempre la vostra vita!

Con questi pensieri intendo rendermi spiritualmente presente alle vostre solenni celebrazioni, porgendo un saluto deferente al Signor Presidente della Repubblica ed a tutte le Autorità della Nazione, al Signor Cardinale Arcivescovo e a tutti i Confratelli nell'Episcopato ed ai loro collaboratori, alle illustri Delegazioni convenute a Budapest per la solenne circostanza, come a tutta la nobile Nazione ungherese.

Nell'anno del Grande Giubileo dell'incarnazione del Figlio di Dio e nel solenne millennio della vostra Nazione invoco su voi tutti la più larga benedizione di Dio Padre ricco di misericordia, di Dio Figlio nostro unico Redentore, di Dio Spirito Santo, che fa nuove tutte le cose. A Lui gloria e onore nei secoli dei secoli!

GIOVANNI PAOLO II
IN OCCASIONE DELLE CELEBRAZIONI DEL MILLENNIO DI SANTO STEFANO D’UNGHERIA (BUDAPEST, 20 AGOSTO 2000)













martedì 28 aprile 2026

A Cospaia, nella "Repubblica del Tabacco" (nata per un clamoroso errore!)

 


Il borgo di Cospaia ottenne, inaspettatamente, l'indipendenza nel 1440, quando papa Eugenio IV cedette il territorio di Sansepolcro alla Repubblica di Firenze. Per errore, nella designazione del confine, una piccola striscia di terreno non venne inclusa nel trattato che delimitava le frontiere, e i locali residenti dichiararono prontamente di non essere sottomessi ad alcuna autorità. L'equivoco nacque dal fatto che, a circa 500 metri dal torrente che doveva stabilire la demarcazione (chiamato semplicemente "Rio"), esisteva un omonimo corso d'acqua. I delegati della repubblica fiorentina considerarono come nuova delimitazione il "Rio" che si trova più a nord, i delegati dello Stato della Chiesa, invece, quello più a sud. Si costituì così una sorta di terra nullius i cui abitanti si autoproclamarono indipendenti. 

I cospaiesi vollero basare la loro indipendenza sulla libertà totale degli abitanti, detentori tutti della sovranità, non affidata a nessun organo di potere, a differenza di altri Stati. Cospaia aveva anche una bandiera ufficiale, che viene tuttora utilizzata in alcune occasioni. Il vessillo era caratterizzato da un campo nero e uno bianco, divisi diagonalmente.


I cospaiesi non avevano, dunque, obblighi tributari con lo Stato Pontificio e con Firenze, e le merci che transitavano nel territorio non erano soggette ad alcun dazio; era perciò una zona franca e cuscinetto. Sebbene Cospaia si estendesse su appena 330 ettari, i 250 abitanti fecero tesoro della situazione e ne approfittarono per incrementare, fra i primi nella penisola italiana, la coltivazione del tabacco. Proprio per questo la nazione prese il nome di "repubblica del tabacco". Inoltre, ancora adesso, alcune varietà di tabacco vengono definite con il nome di cospaia.

La Repubblica di Cospaia non aveva esercito né carceri. A capo dell'amministrazione, per motivi meramente esecutivi, vi era il Consiglio degli Anziani e Capi famiglia, che si riuniva nella chiesa dell'Annunziata (dal 1718 al 1826), sede dell'omonima confraternita (1613): sull'architrave del suo portone si può ancora leggere l'unica norma scritta del minuscolo Stato, "Perpetua et firma libertas", ovvero Perpetua e sicura (ferma) libertà. Alle sedute del Consiglio degli Anziani partecipava altresì il curato di San Lorenzo, in qualità di "presidente" (forse perché l'unica persona non analfabeta), carica condivisa con un membro della famiglia Valenti, la più importante del paese (quando la riunione si teneva nella loro casa, fino al 1718, ove ora sorge Villa Giovagnoli). La menzionata frase latina era anche incisa sulla campana parrocchiale.

Citerna: la Madonna di Donatello (1415/1420)
Monterchi: La Madonna del parto di Piero della Francesca (1455/1465) 

Dopo diversi secoli di esistenza, Cospaia si ridusse però a un mero ricettacolo di contrabbandieri. Il concetto di libertà si era un po' appannato a favore dei suoi privilegi, che attiravano persone di tutti i tipi, per motivi economici o per sfuggire alla giustizia dei due grandi Stati adiacenti. 

Città di Castello: Mostra Burri, ex seccatoi del tabacco

Dopo la parentesi napoleonica, il 26 giugno 1826, con un atto di sottomissione da parte di quattordici rappresentanti della repubblica, essa venne divisa in due tra lo Stato della Chiesa e il Granducato di Toscana: ogni cospaiese, come "risarcimento", ottenne una moneta d'argento (il "papetto", in quanto raffigurante il pontefice regnante Leone XII) e l'autorizzazione a continuare la tabacchicoltura, che proseguì anche grazie a finanziamenti di ricchi possidenti locali (fonte: Wikipedia)







lunedì 2 marzo 2026

Dal Passo Valles al Rifugio Laresei

 


Il passo Valles (in ladino Dof de Valés) è un valico alpino delle Dolomiti, situato a quota 2.032 m s.l.m., al confine fra Veneto e Trentino. 


Collega le valli del Biois e del Travignolo, facendo così da punto di confine tra i comuni di Falcade nel versante est e Primiero San Martino di Castrozza nel versante ovest, quindi tra le province di Belluno e Trento.


Partenza
 Passo Valles (altitudine: 2030 metri slm)
Arrivo
Rifugio Laresei (altitudine: 2250 metri slm)
Difficoltà
Turistico
Dislivello
+220 metri
Durata
circa 1 ora all'andata 

sabato 7 febbraio 2026

"Con ostinata determinazione, chiediamo che la tregua olimpica venga ovunque rispettata"

 


Signora Presidente del Comitato Olimpico Internazionale,

Signor Presidente del Coni,

Signori membri del Comitato Olimpico Internazionale,

Signore e signori convenuti per questa importante cerimonia,

sono lieto di darvi il benvenuto in Italia, a Milano, alla vigilia dell’apertura delle Olimpiadi invernali.

I Giochi sono l’evento sportivo universale. L’Italia è felice di accogliere il gran numero di atleti, gli allenatori e i tecnici, gli spettatori che da ogni parte del mondo giungeranno per assistere alle gare.

Ne avvertiamo la responsabilità, e abbiamo affrontato con passione gli impegni della preparazione.


Consideriamo l’ospitalità un tratto caratteristico dell’identità italiana, della sua cultura.  

È lo spirito italiano, come ha detto, cortesemente, la Presidente Coventry: desidero ringraziarla.

L’Italia - come ha ricordato il presidente Buonfiglio - è alla sua quarta Olimpiade come Paese organizzatore.

Metteremo in campo ogni impegno affinché il tempo che verrà trascorso nei giorni delle gare, sia gradevole. E contiamo di offrire, con cordialità e amicizia, occasioni per ammirare le nostre montagne, per visitare le città e i borghi che ospiteranno le competizioni, per scoprire anche altri luoghi che raccolgono storia e bellezza.

Le Olimpiadi sono opportunità di incontro e di conoscenza, come ha ricordato il presidente Malagò. Che gli atleti, i tecnici, i dirigenti di oltre novanta Paesi si ritrovino insieme è circostanza che non si limita alla dimensione sportiva.

È un grande evento globale che lancia un messaggio al nostro tempo così difficile. Le guerre, le lacerazioni alla serenità della vita internazionale, gli squilibri, le sofferenze recano oscurità e feriscono le coscienze dei popoli.

Lo sport accoglie, produce gioia, passione, speranza. È rispetto per l’altro. Sfida ai propri limiti: è libertà di progredire.

Lo sport è incontro in pace: testimonia fraternità nella lealtà della competizione con altri. È il contrario di un mondo dove prevalgono barriere e incomunicabilità. Si contrappone alla violenza che, da chiunque praticata, genera altra violenza, calpesta la dignità umana, opprime i popoli e ne fa arretrare la qualità di vita.


Chiediamo - con ostinata determinazione - che la tregua olimpica venga ovunque rispettata. Che la forza disarmata dello sport faccia tacere le armi.

Lo sport ha una grande forza nel mondo delle comunicazioni globali.

I Giochi sono uno strumento coinvolgente per invocare pace e comprensione reciproca.

“Dobbiamo essere la pace che desideriamo vedere nel mondo” diceva Martin Luther King.

Da Milano e Cortina, da Bormio, da Livigno, da Anterselva, dalla Val di Fiemme, da Verona - che ospiterà la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi - lo sport si proporrà come veicolo di questa speranza. Speranza che accomuna i popoli di tutti i Continenti.

I valori olimpici di lealtà, inclusione, fraternità sono valori che la Repubblica Italiana ha fatto propri dalla sua fondazione, ottanta anni or sono.

Ringrazio il Comitato olimpico internazionale perché continua a sviluppare nel mondo quest’esperienza di incontro, di passione, di educazione, di cultura condivisa.

Ringrazio gli atleti. Il loro sogno è contagioso e benefico. Sono esempio per milioni di giovani in tutto il mondo.

Tante ragazze e tanti ragazzi, dopo aver seguito i giochi, si avvieranno alla pratica dello sport. Un grande contributo allo sviluppo dei popoli.

Auguro a tutti, a voi, dirigenti dello sport, agli atleti, ai tecnici, agli spettatori di ogni Continente, di emozionarsi e di trasmettere la passione che già si avverte in questo incantevole teatro; dove, come ha sottolineato la Presidente Coventry, avvertiamo i fili preziosi che legano musica e sport.

L’Italia vi augura una buona, felice, indimenticabile Olimpiade!

Dichiaro aperta la 145esima sessione del Comitato Olimpico Internazionale!

Sergio Mattarella

Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Cerimonia di apertura della 145esima sessione del Comitato Olimpico Internazionale



Milano, 02/02/2026 

fonte: quirinale.it



domenica 1 febbraio 2026

"Tonnellate di dettagli"

 

Il Foglio, 31 gennaio 2026

Marcialonga 2026: dominio norvegese


 53^ Marcialonga

6000 partecipanti

70 Km tra Moena, Canazei, Predazzo e Cavalese

Dominio incontrastato dei norvegesi 
nelle categorie uomini e donne

lunedì 17 novembre 2025

domenica 9 novembre 2025

«Le mani sono fatte per benedire, ma i piedi no!»

Brescello (Reggio Emilia)


Don Camillo, l'arciprete di Ponteratto, era un gran brav'uomo. 

Però uno di quei tipi che non hanno peli sulla lingua e, la volta che in paese era successo un sudicio pasticcio nel quale erano immischiati vecchi possidenti e ragazze, don Camillo durante la Messa aveva cominciato un discorsetto generico e ammodino, poi a un bel momento, scorgendo proprio in prima fila uno degli scostumati, gli erano scappati i cavalli e, interrotto il suo dire, aveva gettato un drappo sulla testa del Gesù Crocifisso dell'altar maggiore perché non sentisse e, piantandosi i pugni sui fianchi, aveva finito il discorso a modo suo e tanto era tonante la voce che usciva dalla bocca di quell'omaccione, e tanto grosse le diceva, che il soffitto della chiesetta tremava.

Naturalmente don Camillo, venuto il tempo delle elezioni, si era espresso in modo così esplicito nei riguardi degli esponenti locali delle sinistre che, una bella sera, tra il lusco e il brusco, mentre tornava in canonica, un pezzaccio d'uomo intabarrato gli era arrivato alle spalle schizzando fuor da una siepe e, approfittando che don Camillo era impacciato dalla bicicletta al manubrio della quale era appeso un fagotto con settanta uova, gli aveva dato una robusta suonata con un palo, scomparendo poi come inghiottito dalla terra.

Don Camillo non aveva detto niente a nessuno. Arrivato in canonica e messe in salvo le uova, era andato in chiesa a consigliarsi con Gesù, come era solito fare nei momenti di dubbio.

«Cosa debbo fare?» aveva chiesto don Camillo.

«Spennellati la schiena con un po' d'olio sbattuto nell'acqua e statti zitto» gli aveva risposto Gesù dal sommo dell'altare. «Bisogna perdonare chi ci offende. Questa è la regola.»

«Va bene» aveva obiettato don Camillo. «Qui però si tratta di legnate, non di offese.»

«E cosa vuol dire?» gli aveva sussurrato Gesù. «Forse che le offese recate al corpo sono più dolorose di quelle recate allo spirito?»

«D'accordo, Signore. Ma Voi dovete tener presente che legnando me che sono il Vostro ministro, hanno recato offesa a Voi. Io lo faccio più per Voi che per me.»

«E io non ero forse più ministro di Dio di te? E non ho forse perdonato chi mi ha inchiodato sulla croce?»

«Con Voi non si può ragionare» aveva concluso don Camillo. «Avete sempre ragione Voi. Sia fatta la Vostra volontà. Perdoneremo. Però ricordatevi che se quelli, imbaldanziti dal mio silenzio, mi spaccheranno la zucca la responsabilità sarà Vostra. Io Vi potrei citare dei passi del Vecchio Testamento…»

«Don Camillo, a me vieni a parlare di Vecchio Testamento! Per quanto riguarda il resto mi assumo ogni responsabilità. Però, detto fra noi, una pestatina ti sta bene così impari a fare della politica in casa mia.»

Don Camillo aveva perdonato. Però una cosa gli era rimasta di traverso nel gozzo come una lisca di merluzzo: la curiosità di sapere chi l'avesse spennellato.

Passò del tempo e, una sera tardi, mentre era nel confessionale, don Camillo vide attraverso la grata la faccia del capoccia dell'estrema sinistra, Peppone.


Peppone che veniva a confessarsi era un avvenimento da far rimanere a bocca aperta. Don Camillo si compiacque.

«Dio sia con te, fratello: con te che più d'ogni altro hai bisogno della Sua santa benedizione. È da molto tempo che non ti confessi?»

«Dal 1918» rispose Peppone.

«Figurati i peccati che hai fatto in questi 28 anni, con quelle belle idee che hai per la testa.»

«Eh sì, parecchi» sospirò Peppone.

«Per esempio?»

«Per esempio due mesi fa vi ho bastonato.»

«È grave» rispose don Camillo. «Offendendo un ministro di Dio tu hai offeso Dio.»

«Me ne sono pentito» esclamò Peppone. «Io poi non vi ho bastonato come ministro di Dio, ma come avversario politico. È stato un momento di debolezza.»

«Oltre a questo e all'appartenenza a quel diabolico partito, hai altri peccati gravi?»

Peppone vuotò il sacco.

In complesso era poca roba e don Camillo lo liquidò con una ventina fra Pater e Avemarie. Poi, mentre Peppone si inginocchiava davanti alla balaustra per dire la sua penitenza, don Camillo andò a inginocchiarsi sotto il Crocifisso.

«Gesù» disse «perdonami ma io gliele pesto.»

«Neanche per sogno» rispose Gesù. «Io l'ho perdonato e anche tu lo devi perdonare. In fondo è un brav'uomo.»

«Gesù, non ti fidare dei rossi: quelli tirano a fregare.

Guardalo bene: non vedi che faccia da barabba che ha?»

«Una faccia come tutte le altre. Don Camillo, tu hai il cuore avvelenato!»


«Gesù, se Vi ho servito bene fatemi una grazia: lasciate almeno che gli sbatta quel candelotto sulla schiena! Cos'è una candela, Gesù mio?»

«No» rispose Gesù. «Le tue mani sono fatte per benedire, non per percuotere.»

Don Camillo sospirò. Si inchinò e uscì dal cancelletto.

Si volse verso l'altare per segnarsi ancora e così si trovò dietro le spalle di Peppone che, inginocchiato, era immerso nelle sue preghiere.

«Sta bene» gemette don Camillo giungendo le palme e guardando Gesù. «Le mani sono fatte per benedire, ma i piedi no!»

«Anche questo è vero» disse Gesù dall'alto dell'altare.

«Però mi raccomando, don Camillo: una sola!»-

La pedata partì come un fulmine. Peppone incassò senza battere ciglio poi si alzò e sospirò sollevato:

«È dieci minuti che l'aspettavo» disse. «Adesso mi sento meglio.»

«Anch'io» esclamò don Camillo che aveva ora il cuore sgombro e netto come il cielo sereno.

Gesù non disse niente. Ma si vedeva che era contento anche Lui.

(Giovanni Guareschi, Don Camillo Mondo Piccolo, 1948)



Gualtieri


venerdì 26 settembre 2025

Nella valle delle mele

 

Castel Thun

Mele della Val di Non


Imponente e austero, ma dotato al tempo stesso di una speciale eleganza, il castello rispecchia il carattere dell'omonima stirpe trentina che vi stabilì la propria sede intorno alla metà del XIII secolo. 

Già al tramonto del Medioevo i Thun estesero i loro domini su gran parte delle valli del Noce, incorporando castelli e giurisdizioni. Da allora rimasero una delle più potenti famiglie feudali della regione, dividendosi in numerosi rami, uno dei quali si radicò in Boemia, dove nel 1629 acquisì, per tutto il casato, il predicato di Thun-Hohenstein e il titolo di conti dell'impero. 

Il maniero sorge in cima al colle sopra il paese di Vigo di Ton, in posizione panoramica rispetto all'intera valle. 

Costituito da torri, mura, bastioni e fossato, deve l'attuale aspetto alle modifiche intraprese nel Cinquecento e nel Seicento. Al 1566 risale la Porta Spagnola attraverso la quale si accede al ponte levatoio e al primo cortile, costruita in stile moresco.


L'ambiente più famoso è la secentesca Stanza del Vescovo, interamente rivestita di legno di cirmolo, con soffitto a cassettoni e stufa in maiolica.



I Thun dimorarono nel castello fino alla morte del conte Zdenko Franz Thun Hohenstein, avvenuta nel 1982.


San Romedio



Nel quarto secolo dell'era cristiana, all'epoca di San Vigilio vescovo di Trento, viveva, in una solitaria e selvaggia valletta della Valle di Non, un eremita chiamato Romedio. 
Narra la tradizione che il vecchio anacoreta, sentendo prossima l'ora della sua morte, desiderasse compiere un ultimo viaggio a Trento per ricevere la benedizione del santo Vescovo. 
Ultimati i preparativi del viaggio, i discepoli di Romedio si apprestavano a sellare il vecchio cavallo dell'eremita quando videro un grosso orso che stava divorando tranquillo la povera bestia legata ai margini del bosco. 
Accorse sul posto, Romedio, senza alcun turbamento e senza paura dell'orso, ordinò a questo di accucciarsi e di lasciarsi sellare. 
L'orso indossò la bardatura del cavallo morto e così Romedio iniziò il suo pellegrinaggio verso Trento. Uno stormo di uccelli accompagnava la piccola carovana annunciando a tutti l'eccezionale viaggiatore che al suo passaggio compiva molti miracoli. 
Al suo arrivo a Trento le campane del Duomo suonarono a festa per rendere omaggio al singolare personaggio. A Sanzeno, in Val di Non, un santuario evoca la figura di San Romedio che visse, secondo la storia, molto probabilmente durante il ciclo longobardo e venne canonizzato verso il 1100.

(da F.Osti "L'orso bruno nel Trentino" - 1999)




Nel luglio del 1809 il patriota tirolese Andreas Hofer, cattolico molto devoto, si recò in pellegrinaggio a San Romedio per invocare la protezione del santo prima di iniziare la sollevazione popolare contro l'invasione dei francesi e bavaresi.
Questo avvenimento è ricordato da una targa all'ingresso del santuario. Ogni anno gli Schützen di tutto il Tirolo si ritrovano al santuario per una celebrazione e una messa.

Andreas Hofer nacque il 22 novembre 1767 presso il maso Sandhof in Val Passiria, figlio di Josef Hofer e di Maria Aigentler. All’età di 3 anni rimase orfano di madre e a quella di 7, nel 1774, perse anche il padre. Josef Griner, marito di Anna, sorella maggiore di Andreas, si prese cura della famiglia. Terminata la scuola elementare Andreas fu mandato nel Tirolo italiano, per imparare la lingua e apprendere il mestiere di oste e contadino. Fu a Cles, presso la famiglia de Miller, dal 1780 al 1785 e poi a Ballino, presso la locanda Armani-Zanini, fino al 1788. Ritornato a gestire il maso di famiglia, si sposò nel 1789 con Anna Ladurner di Lagundo, dalla quale ebbe sette figli.
Nel 1790 fu eletto rappresentante della Val Passiria nel Landtag (Consiglio regionale) e nel corso della prima guerra di coalizione, nel 1796-97, fu impegnato al Passo del Tonale, al comando degli Schützen della Passiria.
Per il suo carisma e i numerosi contatti che aveva allacciato durante la sua permanenza nel Tirolo italiano e nella sua professione di oste, Andreas Hofer fu scelto tra le persone fidate che potessero fungere da tramite tra il governo austriaco e la popolazione tirolese, nei preparativi della sollevazione della popolazione della regione, che dovevano accompagnare l’apertura della guerra tra la Francia e l’Austria.
Fu impegnato sul finire di aprile del 1809, negli eventi che portarono alla cacciata dal Trentino delle truppe franco-bavaresi. Dopo la seconda battaglia del Bergisel, nel mese di maggio, Hofer diventò comandante supremo della regione e nel mese di agosto, dopo la terza battaglia del Bergisel, si insediò a Innsbruck come reggente del Tirolo. All’inizio di novembre, con la soppressione da parte dei francesi della sollevazione popolare tirolese, Hofer si ritirò nella propria valle. Si rifugiò con la famiglia presso una malga sulle montagne della Passiria dove fu catturato dai francesi il 27 gennaio 1810. Fu condotto a Mantova e qui fucilato il 20 febbraio 1810.